grandprix

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Il Tour de France è senza dubbio la gara ciclistica più prestigiosa, mitologica, importante, al mondo. Forse anche perché non offre condizioni agevoli e facili ai suoi eroi in bicicletta: tre settimane di inferno, un caldo pazzesco, asfalto che si scioglie, tubolari che si scollano, cadute all’ordine del giorno, tappe massacranti di cinque/sei ore, alcune addirittura tremende, con il vento di lato che ti fa perdere minuti preziosi se sbagli «il ventaglio». 
Ma è solo con le grandi sfide e le dure battaglie si può entrare nel mito. E nel mito il Tour ci è entrato eccome.

Anche perché in questa gara incredibile, lo spettacolo è sia dentro che fuori. Questa è una delle cose che mi ha sempre affascinato della «grande boucle». La carovana pubblicitaria, mediatica, comunicativa del Tour, assomiglia un po’ al nostro Salone del Mobile: uno spettacolo di fantasia, creatività, design. E una macchina organizzativa perfetta, impeccabile. Solo se la macchina funziona perfettamente, se il team, gli organizzatori, i media, le strutture, il marketing e tutto quel che serve funziona perfettamente, si può arrivare a diventare il Tour de France, «Le Tour» con la T maiuscola.

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Poi, naturalmente, ci sono prima di tutto le corse, i ciclisti, le avventure che durante i Tour si sono snocciolate tra una pedalata e l’altra. In un accumulo di adrenalina che ogni volta rinnova l’emozione e la tensione, come solo poche gare sportive sanno fare. E ogni piccola grande impresa, in una macchina come questa, ti rimane impressa nella memoria per sempre e si lega al tuo vissuto indelebilmente, un po’ come le ricorrenze famigliari, le feste comandate, i compleanni.
E per far sì che i ricordi si fissino, è necessario che le avventure si possano vedere e vedere bene. Ecco perché apprezzo così tanto la «macchina da guerra» del Tour, nel suo essere spettacolo dentro e fuori. Riprese sempre perfette in ogni condizione climatica o ambientale, con macchine e furgoni che battono le strade prima durante e dopo la gara, per garantire una narrazione perfetta di quel che succede e del dove succede. Sviluppando anche nuove tecnologie create appositamente, come pneumatici che evitano le vibrazioni e permettono alle telecamere mobili di girare senza scossoni. Creatività e ingegno, a servizio dello spettatore che pur da lontano si sente a un passo dai suoi campioni. Ognuno i propri.

l Tour – per esempio – sono gli epici duelli tra gli svizzeri Koblet-Kubler, i francesi Anquetil-Poulidor, Merckx-Ocana, tra Hinault e Zoetemelk, Lemond e il grande Laurent Fignon e, forse uno dei più incredibili duelli di sempre, tutto italiano, quello tra Fausto Coppi e Gino Bartali.
Io sono della generazione degli scatti e delle vittorie di Pantani, di Jan Ullrich, delle sfide negli ultimi centimetri tra Mario Cipollini ed Erik Zabel. E delle fughe e della maglia a pois di Richard Virenque, che era capace di prendere, partire, salutare tutti e farsi 200 km in fuga da solo.
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E poi il grande, immenso Lance Armstrong. Personaggio discusso e controverso, certo, ma per me un vero mito, anche perché «le train bleu» correva – all’interno di una macchina perfetta (il Tour) – come una squadra perfetta. Per me non puoi vincere sette Tour solo con il doping, ci vuole una struttura, un’organizzazione, metodo e professionalità collettiva. E, anche naturalmente, tanti soldi. Armstrong ha portato il business nel ciclismo. Il Tour con lui era un po’ come una guerra, ogni giorno una battaglia per fare «saltare» un avversario o una squadra. E tutto il mondo incollato agli schermi, in attesa dei fatidici «meno sei», quando partiva lui. 
Forse è solo il caso, ma più di una volta in inverno quando venivo a Nizza lo incontravo (era lì che la sua squadra, la U.S Postal aveva il quartier generale e lui stesso ci abitava). E questi sono incontri che non si scordano, anche se fugaci e veloci, come le sue pedalate.

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E poi, ovviamente, addosso ai campioni, ci sono le loro maglie, oggetto di culto che tanto contribuisce alla costruzione dell’immaginario che gira intorno al Tour. Grand Prix per esempio è la bellissima maglia del Tour, indossata negli anni ’70 e ’80 dal leader della classifica combinata. Una miscela cromatica curiosa, che metteva insieme la maglia gialla, la maglia verde e la maglia a pois. Introdotta nel ’68, il primo a indossarla gloriosamente, fu l’italiano Franco Bitossi. Eddie Merckx l’ha indossata 5 volte durante la sua carriera, tra il ’69 ed il ’74. Dal 1981 è stato introdotto un nuovo design e la maglia è stata indossata da Bernard Hinault e Greg Lemond. E poi, come molte belle storie, anche la storia di questa maglia è finita, nel 1989, quando un ciclista, Steve Rooks, ha avuto l’onore di indossarla per l’ultima volta. 
A questa maglia colorata ho dedicato il design «Grand Prix» per le sciarpe e le spille SUPERLEGGERO. Un inno cromatico a un Tour che amo, ai campioni che l’hanno corso, a chi l’ha perso ma soprattutto a chi l’ha vinto e ne ha indossato la storica maglia.

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