interview for polkadot magazine

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SN – Partiamo dall’inizio, Antonello. Il brand SUPERLEGGERO: materiali splendidi tagli originali, ma perché solamente snood, berretti e sciarpe, senza ancora arrivare a maglie, bibs, socks. Ci stai pensando?

ATdF – No, onestamente no. Ho disegnato per alcune aziende dell‘abbigliamento intimo e delle calze, togliendomi pure lo sfizio di avere disegnato la calza più leggera al mondo, ma era solo uno sfizio. Che poi un famoso ciclista inglese le abbia preferite a quelle del suo mega sponsor, non posso dire che non mi abbia fatto molto piacere! SUPERLEGGERO nasce però per colmare un vuoto in un ambito limitato. Per il resto ci sono dei prodotti di altissima qualità e non credo che potrò mai arrivare ai livelli dei grandi marchi, anche per una questione di budget!

SN – Parlami dei tuoi materiali: seta, cachemire, lana merino: da dove provengono?

ATdF – Cerco il più possibile materiali e lavorazioni italiane. Per quanto riguarda la seta, ad esempio, essendo impossibile trovarne di prodotta in Italia, acquisto il filato da tessiture che mi garantiscono che tutte le lavorazioni sono state effettuate nel nostro paese. Questo inverno, con un colpo di fortuna, ho trovato 3 mila metri di cotone italiano da una vecchia tessitura che ha chiuso. La lana merino e il cashmere li acquisto da Zegna Baruffa.

SN – Mi sai dire come mai ultimamente la lana merino è entrata così prepotentemente nel mondo del ciclismo?

ATdF – Distinguerei la lana merino usata per maglieria, berretti, guanti e sciarpe, dalla lana merino che viene utilizzata nel ciclismo per abbigliamento intimo, pantaloncini e maglie. È una questione di moda, semplicemente una questione di moda. Siccome la lana merino rievoca un immaginario „vintage“ ,„fa figo“ indossare un capo di questo filato. Non mi metterei mai in gara una canotta o un pantaloncino in lana merino. In gara voglio massime prestazioni anche dall‘abbigliamento che indosso, la lana merino ha dei limiti.

SN – Tutti materiali naturali, ma tu non sei del tutto contrario ai materiali sintetici, vero?

ATdF – No, non finirò mai di ringraziare il signor Toni Maier che a fine anni ’70 ha inventato appunto i primi pantaloncini in Lycra. Sono innamorato del polipropilene che mi ha permesso di produrre quella calza leggerissima e quell‘intimo di cui ti parlavo prima. Ho delle canottiere in polipropilene favolose!

SN – Passiamo ora al disegno, chi crea il design dei tuoi prodotti? Certo, lo sapevo, tu, ma ti farai aiutare anche da qualche altro designer, no?

ATdF – No, per quanto riguarda i prodotti, sono io l’unico designer. Per tutto il resto, grafica, web design, etc. etc. collaboro oramai da molti anni con Massimiliano Mariz che ha la grandissima capacità di trasformare in linee e cerchi le mie idee.

SN – E la stampa? Raccontami un po’ dei metodi con i quali stampi i tuoi prodotti.

ATdF – Sono sempre alla ricerca della qualità e questa mia affannosa ricerca mi ha spinto verso la stampa serigrafica. Cercando una stampa che nobilitasse ancora maggiormente la seta e il cotone mi sono innamorato della serigrafia. Si tratta di un sistema assolutamente migliore di quello digitale, meno costoso, meno inquinante, ma meno utilizzata. In Italia è una tecnica poco usata, e pensare che si chiamava stampa alla comasca…

SN – Passiamo a cose un pelo più pratiche, come promuovi i tuoi prodotti?

ATdF – Non possedendo grandi somme per campagne pubblicitarie su riviste, mi affido alla community. SUPERLEGGERO ha un blog, un account su instagram ed una pagina facebook. Da quest‘anno poi collaboriamo con uno studio di Thiene che si occupa della comunicazione.

SN – E dove sono più venduti?

ATdF – I paesi del Nord – certo non per questioni di clima – sono quelli forse più in linea con la filosofia SUPERLEGGERO: più attenti al contenuto, alla sostanza e al design. La Danimarca in testa, poi Olanda e Belgio, la Svizzera, Francia e il Giappone. In una città in Colorado, Boulder, credo che anche i vigili urbani abbiano un prodotto SUPERLEGGERO!

SN – E l‘Italia?

ATdF – No, in Italia vendiamo veramente poco, ma non mi sorprende. Il nostro paese è esattamente l‘opposto di quelli del Nord: l‘Italia è modaiola, griffata, se non sfoggi un marchio non conti. Nel nostro paese vanno ancora di moda il camouflage, il nero opaco e i colori fluo. Non è questo il nostro mercato! Nel 2020, nella città di Oslo non circoleranno autovetture, in Italia chiedono al sindaco di Milano di smetterla di dare multe! La differenza si coglie in queste cose.

SN – Ti capita mai di pensare: “mi piacerebbe vedere *quel ciclista* indossare i miei capi”? E di chi stiamo parlando? Qual è la tua icona di stile in gruppo insomma (ti concedo anche una scelta del passato).

ATdF – Hai visto il giro delle Fiandre? Tra pantaloncini alla zuava e calzettoni american style il 99% dei corridori era inguardabile! È da diversi anni che lo stile è sparito dalle gare. Non era „fashion“ Coppi? Non era elegante Bottecchia con quella meravigliosa maglia viola che mi ha ispirato il berretto „violine“? Che dire di Gimondi? Certo che mi piacerebbe avere tra i clienti Franco Ballerini oppure Laurent Fignon, Frank Vandenbroucke e Paolo Savoldelli. Richard Virenque lo vorrei per la grinta e le emozioni che regalava ad ogni salita, Lance Armstrong per la grande passione e la cura maniacale per i dettagli.

SN – Ora parliamo un pelo di te. Dimmi quanti chilometri fai in bici, in un anno. Magari riesci anche a condividere con me il tuo Strava Profile.

ATdF – Cerco di uscire ogni giorno nell‘intervallo di pranzo almeno 1 ora, 1ora e 1/2 per un „corto“, poi il mercoledì per un „medio“, il sabato e la domenica sono le giornate dedicate ai „lunghi“. Un anno sono riuscito a percorrere 20.000km, ma solo grazie a condizioni climatiche irripetibili. Strava la considero „pericolosa“, potresti sapere tutto di me: i miei allenamenti, le mie uscite, la mia condizione… magari per attaccarmi la domenica!

SN – E cos’è la bici per te? Quando è iniziata la tua passione?

ATdF – La bici per me è tutto. Ho iniziato da piccolo, vivevamo in campagna ed era quasi un gioco. Vedevo mio padre, bello ed elegante andare a lavorare con la sua Benotto e mi dicevo che un giorno lo avrei fatto anch’io. Andavo a scuola in bici, da casa a Cornaiano fino a Bolzano, percorrendo 10km, 5 dei quali in discesa! Da lì è nato l‘amore per la salita. Considero la bici uno strumento di lavoro, nel senso che quando devo studiare un progetto, risolvere un problema o semplicemente scrivere una lettera o una relazione, esco in bici! Le idee migliori mi vengono in bici!

SN – La tua prima bici e la prima pedalata che ti ricordi.

ATdF – Vivendo in campagna e passando le estati in montagna era normale avere una bici da cross, la mia era un chopper della SCHWINN, gialla e nera, con le marce sul tubo orizzontale. Poi però sono passato alle bici da strada, la prima fu una ATALA blu, poi sempre e solo BIANCHI fino a quando la squadra per la quale correvo ha cominciato a fornirmi le biciclette.

SN – Ovviamente, non posso fare a meno di chiederti che bici pedali, spingi soprattutto sui componenti: Gruppo, Ruote, Manubrio ma soprattutto pedali e sella. Quando parlo di gruppo voglio sapere tutto eh, anche le misure di corona e pacco pignoni.

ATdF – Secondo te? La mia generazione è la generazione CAMPAGNOLO, sono nato CAMPAGNOLO e morirò CAMPAGNOLO. Sono della generazione 53×39 con cassetta 12/25. Il 29 solo in gara se ci sono salite impestate. Cerchi CAMPAGNOLO, strepitosi: non ho mai avuto un problema e mai spaccato un raggio. Uso i cerchi ZIPP 202 per le gare con tanta salita e i 404 per quelle con più pianura. Anche in questo caso, cerchi strepitosi, mai avuto un problema e mai spaccato un raggio e ti assicuro che in discesa, anche in caso di pioggia, è dura starmi dietro. Copertoncini e tubolari VELOFLEX; nastro manubrio CINELLI corkgel; pedali TIME. La sella è un argomento particolare, ne ho provate tante, ma la SLR di SELLE ITALIA credo sia disegnata per il mio sedere. Posso stare in sella tranquillamente 10 ore senza alcun problema. Bici? Ho una CINELLI Mash per la pista, una RITCHEY da cyclocross, una TIME VXRS e una CANYON Ultimate.

SN – So che hai abitato in Svizzera e ora sei in Italia, mi racconti i passi montani su cui preferisci pedalare?

ATdF – Ho girato mezza Europa, ma le Dolomiti sono uniche! Appena posso, scappo a fare il giro dei 4 passi, per godermi i panorami mozzafiato. In Svizzera mi piace fare il giro Wassen-Susten-Grimsel-Nufenen-Gotthard-Wassen oppure St.Moritz-Ofenpass-Umbrailpass-Bormio-Forcola di Livigno-Bernina-St.Moritz. Ma singolarmente anche il Passo Rombo è bellissimo, come la Grosse Scheidegg in Svizzera.

SN – Ho anche saputo che ogni tanto fai una capatina a Nizza. Io ho parlato con Remi Clermont di Café du Cyclist che mi ha fatto innamorare del Col de Turini. Mi confermi il suo splendore?

ATdF – Si, assolutamente, quando sono lì adoro fare il giro Nizza-Col de Vence-Col de l‘Ecre-Col de Gourdon-Grasse-Biot-Nizza. In primavera è un tripudio di profumi e colori, cosa che invece non trovo quando faccio il giro per Colomars-Duranus-Col de Turini-Luceram-Escarene che è altrettanto stupendo, ma molto molto caldo e senza molte fontane, quindi preferibile in primavera o in autunno. Quando sei in cima al Col de Turini non puoi non pensare alla Lancia Fulvia HF di Sandro Munari e Mario Mannucci o alla Delta S4 di Henri Toivonen.

SN – Ora un paio di domande al designer: quali sono i marchi di abbigliamento ciclistico che apprezzi di più. Parlo di entrambi gli aspetti: ciclismo sportivo e ciclismo urbano.

ATdF – Perché, esiste un ciclismo urbano? I miei INCOTEX funzionano egregiamente, nessuno ne parla e non sono „trendy“, ma li considero i migliori pantaloni al mondo. Trovo questa moda dedicata all‘urban cycling molto finta ed effimera. Nel ciclismo, quello vero, adoro ASSOS, unica ditta che investe e porta avanti una vero lavoro di ricerca e sviluppo. Purtroppo ha un design che a volte mortifica, ma quanto a prestazioni è di un altro pianeta. Se un giorno trovassi il negozio ASSOS chiuso, andrei in quello della GIRO. Se fosse chiuso anche quello, smetterei di correre! Scherzi a parte, vedo che stanno nascendo molte aziende nuove, alcune veramente interessanti, ma nessuna che investa seriamente in R&D. Investono tutte molto nel design, ma poi si affidano ai loro produttori per la scelta dei tagli e dei materiali. Nel 99% dei casi, in questo modo, il prodotto lo ammazzi!

SN – E parlando invece di bici, qual è il marchio che ti fa esclamare: “cavolo, che belle bici che fanno questi”?

ATdF – CANYON, über alles! Indubbiamente il numero uno, l‘unica azienda nella quale il designer lavora a fianco del product manager. Secondi, ma staccati di una bicicletta, gli svizzeri della BMC. Sono molto affezionato alla TIME, il loro VXRS credo sia un capolavoro e trovo gli americani della CANNONDALE una garanzia. Poi, il vuoto.

SN – E quelli che invece: “mammamia che accozzaglia di tubi e accessori”?

ATdF – Credo che negli ultimi anni si stia facendo a gara a chi disegna le bici più brutte. Sono tutte uguali, una copia dell‘altra, ma se pensiamo a come vengono prodotte e da dove provengono non possiamo aspettarci altro. Gli italiani, che fino alla fine degli anni ’90 erano i numeri uno, offrono adesso è uno spettacolo desolante!

SN – Ultima domanda, a cuor leggero: dimmi cosa ne pensi di questo continuo inseguimento al passato. Il vintage come unico marchio di qualità e marketing negli ultimi anni.

ATdF – Credo ci sia una grande differenza tra retro e nostalgico. Nella confusione generale il „vintage“ sta diventando un bidone in cui gettare di tutto. Mi chiedi di correre con un pantaloncino in lana merino – magari ancora con il fondello in pelle di Daino – solo per essere „cool“? Io guardo al futuro e voglio il futuro, ma all‘università ci hanno insegnato a studiare la Storia e a guardare al passato prima di disegnare qualcosa di nuovo. Certo, ci vuole l‘umiltà di riconoscere che tutto, ma proprio tutto è già stato disegnato, inventato, prodotto. Negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno curioso per cui chi prendeva spunto dalla storia del ciclismo scivolava poi nel „vintage“ più nostalgico. Pensa allo spopolare di telaisti che offrivano a prezzi impossibili telai in acciaio (per un telaio in acciaio, un famoso telaista americano aveva liste di attesa di 9 mesi!!!). all’opposto c’è che si vanta di essere moderno, ma senza il minimo background e quindi in grado di proporre solo teschi, ossa, camouflage e colori fluo. Mi viene in mente una frase di F.L.Wright che nella sostanza affermava che se un medico commette un errore lo nasconde sottoterra, mentre invece un architetto dietro le foglie…

© Stefano Nucera per Polkadot magazine

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